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martedì 6 ottobre 2009

Crisi

Il problema è in parte linguistico e in parte epistemologico. Quella che in Europa chiamiamo "del documentalista" è professione nata quasi per caso per dar modo alle industrie o alle aziende "investigative" di trovare informazione e documenti per la realizzazione dei loro fini.
C'era bisogno del lavoro di individui che conoscessero il dominio nel quale insistevano i fini istituzionali. Di norma, questi operatori non dipendevano dagli enti interessati né possedevano ancora titoli di studio adeguato - al più, erano ingegneri o fisici o chimici - ma erano ricchi di un sapere pratico molto raffinato ed efficace e conoscevano o trovavano le fonti come nessun altro.

Quando fu necessario dar loro un nome professionale, l'Europa scelse, illustre tradizione, "documentalista" ma gli anglosassoni, ancora oggi, diedero nessun nome: quelle di "information scientist/expert" o, successivamente, "information manager" o "information/gate keeper" e altre, sono denominazione tarde, conseguenti al sorgere di scuole e facoltà dedicate alla gestione del complesso informazione-documentazione o, più recentemente ancora, alle esigenze del knowledge management.

La sistematizzazione accademica ha però creato una mescolanza concettuale con professioni simili - il bibliotecario, l'archivista - responsabile di una certa stagnazione prospettica, intesa più alla conservazione e alla localizzazione dell'informazione piuttosto che ai fini proattivi del documento (vedi Comunità di prassi su «Il bibliotecario» 1/2009).
L'aggregazione/integrazione delle professioni dell'informazione tra di loro sta continuando, aumentando la sensazione di crisi del documentalista: un progetto UNESCO ha proposto un'unica professione articolata in tre categorie non ben definite, il Processo di Bologna sta imponendo un'unificazione formativa per tutti i professionisti, quando sarebbe forse vantaggioso, per la specializzazione documentalistica e per coordinare formazione con professione, un modello curricolare basato su brevi corsi in scienze della documentazione insieme con quelli relativi al dominio applicativo aziendale.
Il fatto è che non si tratta, veramente, di "scienza" della documentazione ma di attività ancelle o sussidiarie o complementari a qualche altra scienza o tecnica. L'informazione-documentazione è come la ruota di un'automobile: senza di essa la macchina non si sposta, ma è il motore che la fa andare... e il motore - lungi dalle dichiarazioni di centralità dell'informazione - non è già o non ancora la gestione dell'informazione-documentazione.

La crisi non è recente. I documentalisti erano esperti dell'online quando Internet ancora non era ma, dopo, nessuno più si ricordò di loro, perché il motore risiedeva nella computer science e nelle sue applicazioni sull'informazione (la cosiddetta informatica in senso proprio), alle quali i documentalisti hanno sì contribuito, ma senza collocarsi mai nel cuore della disciplina: utilizzatori, perfezionatori, non creatori diretti.
Così, gli informatici hanno progredito da soli, anche inventando a spese della documentazione nuovi termini per vecchi concetti: tag, metadati, taxonomy, web semantico... e consentendo agli utenti finali di trovare da soli il necessario.
Ma il mestiere di documentalista non è, tanto, quello di trovare informazione e documenti quanto, e soprattutto, di rielaborare il materiale trovato per poter dare una risposta certa alle esigenze cognitive del "cliente".
Il futuro dirà se c'è un futuro...

Del documentalista quanto a identità professionale, a sicurezza dell'impiego e a posizione nel mercato del lavoro si è discusso a margine di IberSid 2008 (convegni ottobrini della Facultad de Filosofía y Letras dell'Università di Saragozza); Emilia Currás - consulente e storica dell'informazione e della scienza, già docente di chimica e di documentazione scientifica in Germania e in Ispagna - ne ha elaborato sue riflessioni, qui sopra sintetizzate e commentate.
  • Francisco Javier García-Marco (ed.), Ibersid 2008. Avances y perspectivas de sistemas de información y documentación, Prensas Universitarias de Zaragoza, 2008, ISBN 9788492521258
  • Emilia Currás, El documentalista en crisis, 2008, nuova edizione su «El profesional de la información», 2009, julio-agosto, v. 18, n. 4, p. 421-423, DOI: 10.3145/epi.2009.jul.09
[post-print da "Il bibliotecario", III serie, ISSN 11250992, 1-2/2010, p. 245-246]

sabato 18 luglio 2009

Comunità di prassi

Navigatori, lettori, utenti, archivisti, bibliotecari, documentalisti possono esser visti tutti insieme come una comunità di prassi, cioè come un gruppo più o meno auto-organizzato che scambia documenti, informazione e conoscenza per portare a compimento un processo comune e condiviso.

Ma ci sono delle differenze fra una comunità di prassi che organizza soprattutto documenti e una che organizza soprattutto conoscenza, anche se la massima parte dell’organizzazione della conoscenza avviene attraverso il trattamento di documenti. La comunità “della conoscenza” (di solito, aziendale) organizza il flusso documentale con intenzioni diverse rispetto a quel che fa la comunità “dei documenti” (di solito, bibliotecaria) e, in più, con un’enfasi differente riguardo ai progetti di trattamento dei documenti: se quest’ultima è più orientata al contenuto dei documenti stessi, l’altra lo è maggiormente all’utente (e alle sue aspettative esistenziali) - detto in altro modo, per l’una (quella che abbiamo chiamato bibliotecaria) il documento costituisce soprattutto un fine mentre per l’altra (quella che abbiamo chiamato aziendale) è soprattutto un mezzo, uno strumento.

La comunità di prassi che è più orientata all’utente considererà il documento più per le aspettative e i rischi attesi che da questo possono derivare sia per il processo in corso che la vede coinvolta sia per gli stessi membri della comunità, che non per l’oggettualità del documento. Il documento costituisce uno degli elementi (conoscitivi) di un progetto nel quale la comunità è impegnata e, al mutare dei fini del progetto (o all’evolversi del progetto stesso), ogni documento preso in considerazione può esser indicizzato in modi del tutto differenti e anche contraddittori tra loro. Lo scopo attribuibile al documento prevale sulla sua struttura e sulla sua storia.

Questa distinzione corrisponde, in metafora, al doppio significato dell’avverbio “perché”, che in italiano può avere indifferentemente valore causale (e qui sarebbe forse meglio dire “poiché”) o valore finale: mentre alla comunità di prassi più vicina all’ontologia “bibliotecaria” interessa il “poiché” del documento (quale ne è la storia, quali sono le cause che l’hanno prodotto e come la sua storia lo situa nel presente), alla comunità di prassi più vicina all’ontologia “aziendale” interessa maggiormente il suo “perché” finale, il suo posizionamento nel futuro, come se essa si chiedesse: «a che cosa serve, dove tende e dove mi porta questo documento?» invece di «che cos’è e da dove viene questo documento?». Così, questa comunità di prassi “aziendale” crea liberamente il proprio orizzonte cognitivo attribuendo significati nuovi alla realtà non solo documentale, governando la creazione del caos che genera l’ordine (perché l’ordine è per sua natura sterile e ripete eternamente se stesso: per innovare ci vuole il caos - la gestione intenzionale del documento).

Ma anche il sostantivo “caos” possiede due significati. Il più moderno (di ascendenza stoica) ne assimila il concetto a quello di “disordine” mentre quello più antico (di ascendenza esiodea) lo avvicina all’immagine di “abisso”, di gola aperta, di cavità vuota e oscura fonte di vita (in sostanza, un utero) e di conoscenza: la fonte femminile dell’azione (bello spunto per ulteriori indagini...). La comunità “bibliotecaria-stoica” sarebbe virile e “cubica” e vedrebbe il caos come un limite all’ordine, mentre quella “aziendale-esiodea” sarebbe femminile e “sferica” nell’ispirazione e nel comportamento e vedrebbe il caos come stimolo per un riordino del mondo. Da Dioniso ad Apollo.

Al di là di intellettualismi come questo, la gestione strutturale del documento tenderebbe, quindi, a posizionarlo entro le coordinate cartesiane che gli appartengono per la sua storia, in una visione chiara e distinta del mondo e della cultura che l’ha determinato. Sono la ricchezza e la bellezza della bibliografia. La gestione intenzionale del documento non possiede, invece, visioni né chiare né distinte del mondo, perché il mondo nel e sul quale opera è un progetto in divenire, che nasce in occasione della discussione, della lite, della contrattazione (perfino sindacale), della mediazione e del compromesso, dell’esperimento, del feedback emotivo, della contrapposizione dei sentimenti. Nulla di tutto ciò è esprimibile adeguatamente con una conoscenza esplicita (come, invece, in una scheda di bibliografia o di catalogo).

La rivoluzione di Internet ha mescolato maggiormente le carte, per cui in una medesima realtà sono compresenti entrambe le filosofie: unità del documento e sua dissoluzione, rigore indicale e folksonomy, conservazione e accesso aperto, tracciamento della storia e pulsione verso il futuro. In una sola coppia: biblioteconomia e documentazione. L’archivistica (digitale) starebbe nel mezzo. Dove sta la bibliografia web?

[post-print da "Il bibliotecario", III serie, ISSN 11250992, 1/2009, p. 117-118]