Visualizzazione post con etichetta Web. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Web. Mostra tutti i post

sabato 18 luglio 2009

Catene cognitive

La natura transeunte e distribuita del Web, insieme con la natura non unitaria ma procedurale del documento web, presuppone ed esige un’infrastruttura sotterranea composta da diversi servizi, il valore dei quali non è individuale ma collettivo perché dipende dal loro complesso e dalla loro integrazione: Internet Archive (per la “preservazione” digitale mediante la registrazione temporale dei cambiamenti e delle evoluzioni dei siti), WebCite (che fa la medesima cosa ma a cura degli stessi autori), Spurl (che - forse in modo più efficace di altri tipici prodotti del 2.0 - raccoglie organizza e fa condividere e soprattutto ritrovare la segnatura dei siti preferiti), CiteSeerX (per la disseminazione dei contenuti scientifici) o alla provvidenziale cache di Google che contrasta il famigerato link rot «Errore 404. File non trovato», e altri. Tutti servizi intesi a dare stabilità al sistema e a riportare tendenzialmente a segnatura unitaria la disseminazione delle risorse e delle fonti.

Ma il Web possiede nel medesimo tempo anche una natura intrinsecamente e spontaneamente organizzativa che sa dare individualità a elementi sparsi, per il fatto che un’unità qualsiasi è spesso costituita da frammenti unificati ad hoc e quindi unificabili anche alla bisogna e per scopi e in modi differenti: una pagina in HTML può, a corredo, contenere - o rinviare a, sparsi per il mondo - file PDF, immagini, eventi sonori, presentazioni di diapositive o di video, blog, RSS, dati grezzi od organizzati in tabelle statistiche, eccetera.

Ciò è possibile perché il sistema informativo del Web non intende più rappresentare la realtà “esterna” (come fa un documento tradizionale e come fa una base di dati) ma, in quanto sistema informativo oggettuale, contiene oggetti - i documenti digitali - che non sono più forme simboliche di fatti che compongono la rappresentazione di una realtà indipendente dal sistema, ma rappresentano solo se stessi, sono parte della realtà e anzi sono la realtà stessa, realtà che ci appare coesa solo perché i metadati (rappresentazione contestuale di fatti “esterni” in un àmbito tuttavia oggettuale) riescono in qualche modo a essere la “colla” che lega tra loro, pur essendone subordinati, i documenti digitali nella totalità del sistema informativo. Tra parentesi, è questa la “rivoluzione” di Internet: un sistema informativo che si sostituisce alla “vera” realtà...

Da una parte, dunque, è attraverso una serie di servizi; dall’altra, è attraverso la stessa natura aggregativo-diffusiva dei documenti Web che viene consentita una certa quota di certezza delle risorse e delle fonti.

Complichiamo il quadro: se un essere senziente può facilmente, seppur alla fine di un processo a volte non facile, percepire e quindi dominare i confini e i legami di tali frammenti, non è così facile farlo quando l’essere in campo è un agente automatico, che deve distinguere perinde ac cadaver catene cognitive di un determinato dominio da altri aggregati non specificamente interessanti o appartenenti a diversa ontologia. È il problema posto da Pavel Dmitriev nella sua dissertazione PhD alla Cornell University nel gennaio 2008, As we may perceive: finding the boundaries of compound documents on the Web. Quasi in risposta a questa sfida, OAI (Open Archives Initiative) ha appena creato ORE (Object Reuse and Exchange), progetto di elaborazione normativa per definire e scoprire le aggregazioni di risorse Web mediante l’introduzione di un’apposita resource map, ReM, unità che descrive, appunto, confini e legami dei frammenti - per esempio, e tra le più famose: arXiv.org, ReM interna a un repository, mantenuta da un nutrito gruppo molto finanziato della Cornell.

Andiamo avanti: ma se la ReM fosse esterna all’archivio? In questo caso sarebbe sottoposta alle medesime transitorietà e fluttuazioni del Web: pagine scomparse, URL spostate, contenuti mutati nel tempo, a fronte di una gestione “democratica” e distribuita, tipica di questi tempi da 2.0. Soccorre qui Herbert van de Sompel, già di Ghent e ora dei Laboratori nazionali di Los Alamos e inventore dell’open URL link resolver, che con altri ha creato “ReMember”, ReM esterna che enumera le risorse aggregate (AR) che reintegrano un’aggregazione dispersa e includono metadati descrittivi per ogni AR:
«ReMember attempts to harness the collective abilities of the Web community for preservation purposes instead of solely placing the burden of curatorial responsibilities on a small number of experts».
Dando conto della sua invenzione nel recente OAI 6 di Ginevra (17-19 giugno 2009) con Everyone is a curator: human-assisted preservation for ORE aggregations, dove curator ed everyone sono le parole-chiave, de Sompel sostiene che l’applicazione a un insieme di citazioni bibliografiche online mescolate con semplici rinvii a siti web, ha consentito di separare correttamente le une dalle altre: un ausilio semi-automatico e di poca spesa ai servizi per la stabilità di cui sopra.

Il bello auspicato delle ReM è che potrebbero, si entusiasma de Sompel, essere efficacemente create da chiunque, con un minimo di organizzazione umana e quindi di costi, “alla Wikipedia”. Ancora una volta, l’identità (e l’individuazione e l’identificazione) dell’autore può passare in secondo piano a vantaggio non solo del lavoro collaborativo ma anche a vantaggio di prodotti “cresciuti” praticamente da soli, autocreati (autore, auctus, da augeo, aumentare - il diritto penale parlerebbe forse di “autore mediato”; ma: esistono davvero autori “unici”? e come la metteremmo, in questo caso, con la tutela del copyright, se perfino Dublin Core [1] dà definizioni abbastanza tautologiche e tutto sommato interscambiabili delle figure author, creator, contributor, curator, publisher)? Infatti, all’OAI 6 de Sompel non ha mai parlato, pur trattandone, di “articoli scientifici”, ma solo e sempre di dataset come parti integranti di un non meglio identificato “record scientifico”, per la qual cosa chiunque potrebbe essere il curatore di una pubblicazione scientifica.

Chiunque lavori su una ReM, ovviamente. Ciò impone un ripensamento delle funzioni tradizionali della stessa comunicazione scientifica, delle sue regole e della sua mappatura, che sta mettendo in discussione canoni di valutazione tradizionali come la metrica delle citazioni, per esempio e quindi delle funzioni del peer reviewing. Nemmeno sfuggono le riviste scientifiche tradizionali, in corso di trasformazione in enhanced journal: le “pubblicazioni liquide” proposte dal gruppo Casati-Giunchiglia-Marchese (vedi alla voce Liquefazione in «il Bibliotecario» 3/2008, p. 137-138).

Tra le prime applicazioni di OAI-ORE - a parte il felice esito del controllo delle citazioni in JSTOR, l’archivio storico in linea delle maggiori riviste accademiche a partire dal XVII secolo - è da tener d’occhio www.myexperiment.org, un ambiente collaborativo nel quale scienziati e ricercatori possono pubblicare in sicurezza i loro flussi di lavoro, i propri oggetti (o raccolte di oggetti) digitali e sperimentare progetti di ricerca, condividendoli con il proprio gruppo o trovando gruppi affini: un Facebook o un MySpace sì controllato e protetto e riservato ma per il quale la sostanzia della (nuova) relazione autoriale non cambia

Webology

Recensione di Mary Joan Crowley (Sapienza, Università di Roma)

«Webology» ISSN 1735-188X, è una rivista internazionale, open access e peer-reviewed, dedicata al World Wide Web. Una particolare attenzione è data alla diffusione dell’informazione e ai processi comunicativi così come alle implicazioni sociali e culturali del web. La Rivista è stata fondata nel 2004 ed è pubblicata trimestralmente. L’editore della rivista è il Dipartimento di Scienza dell’Informazione e dell’Università di Teheran (Iran); i redattori capo e associato sono, rispettivamente, Alireza Noruzi e Hamid R. Jamali. Entrambi i redattori, come si può vedere dai rispettivi profili personali, posseggono una vasta esperienza internazionale e gli altri membri della redazione provengono da diversi Paesi come Australia, Canada, Sud Africa, USA, Cina, Francia, eccetera.

La connotazione internazionale della rivista si manifesta anche nella sua stessa natura, ovvero una rivista online orientata al Web (come medium), ma anche ai suoi contenuti. I contenuti della rivista, che sono ampiamente indicizzati (non mancano gli abstract), sono pubblicati sotto i termini della licenza Creative Commons, cioè con quel sistema giuridico che offre sei diverse articolazioni di diritti d’autore secondo il modello “alcuni diritti sono riservati” al fine di garantire circolazione e riuso dell’opera.

Fin dalla sua fondazione, «Webology» ha spaziato su una notevole varietà di argomenti e interessi. C’è una forte enfasi sulle nuove metodologie e tecnologie dell’informazione, orientandosi principalmente verso lavori sperimentali, ma non mancano lavori di tipo teorico e storico. A oggi gli argomenti trattati sono molteplici: la biblioteca digitale, le biblioteche ed il Web, il trasferimento dell’informazione, il comportamento umano nella ricerca dell’informazione, l’impatto sociale dell’informazione, il marketing nell’informazione, i sistemi di gestione dell’informazione (MIS), infometrica, scientometria, bibliometrica, analisi citazionale, studi sugli utenti e sull’usabilità, la libertà intellettuale, il filtraggio dei siti, l’open access, organizzazione della conoscenza e, sempre con il termine Web nel nome: semantica, ontologia, thesaurus, “metrica” (Webometrics), intelligence (WI), mining, e molto ancora.

Non mancano i numeri speciali. L’ultimo numero della Rivista ha come redattore ospite Louise Spiteri della School of information management dell’Università di Dalhousie (Canada). L’intero numero è dedicato alla folksonomy.
L’editoriale del numero così recita:
«The papers in this special issue reflect the diversity of approaches taken to create Web resources that reflect better the needs of end users. Particular emphasis is placed on the need to manage the increasing volumes of tags and information available on the Web, particularly as more people are becoming engaged with numerous social applications. As is discussed in some of the papers in this special edition, there is certainly scope to consider ways in which to combine the more traditional controlled vocabularies with the free-flowing nature of tagging».
Peters e Weller suggeriscono nel loro articolo di introdurre un tag garden che permetta una corrispondenza tra termini sinonimi, fornendo così una struttura addizionale diversa dalle tag clouds o tags-user-document co-occurences, al fine di migliorare l’accessibilità.
Alcuni articoli interessanti pubblicati nei numeri precedenti:
  • Application of web 2.0 tools in medical librarianship to support medicine 2.0, di Vahideh Zarea Gavgani e V. Vishwa Mohan, Osmania University, India;
  • Deterring digital plagiarism, how effective is the digital detection process? di Jayati Chaudhuri, University of Northern Colorado Libraries, USA;
  • Cybercrime and the law: an islamic view di Mansoor Al-A’li, University of Bahrain;
  • Library 2.0 theory: web 2.0 and its implications for libraries di Jack M. Maness, University of Colorado at Boulder Libraries, USA;
  • Search engines and power: a politics of online (mis-)information di Elad Segev, Keele University, UK;
  • A personalized word of mouth recommender model di Chihli Hung, Chung Yuan Christian University, Taiwan.
Come di può vedere, il campo è realmente vasto, essendo trattati argomenti di interesse topico di autori da ogni parte del globo. A dimostrazione di questo fatto, osserviamo dalle statistiche del sito che anche i lettori di «Webology» provengono da tutto il mondo, principalmente da Singapore, USA, Federazione Russa e Germania seguiti da Benin, Emirati Arabi Uniti, UK, Arabia Saudita e Australia.

Un altro servizio della rivista sono le recensioni di libri, che non solo costituiscono una buona sorgente di informazione sulle ultime pubblicazioni, ma sono anche un modo per i bibliotecari di oggi di essere aggiornati nelle loro particolari aree di specializzazione, come pure di addentrarsi in aree non familiari. «Webology» presta così voce a diversi punti di vista e dà copertura ad argomenti che sarebbe difficile, se non impossibile, trovare altrove. Senza dubbio è un contributo ben accetto nel mondo delle biblioteche e nelle scienze dell’informazione, tanto più gradito in quanto il contributo proviene da un Paese “emergente”.

È possibile iscriversi per ricevere avvisi per email delle novità; tuttavia, data la grande quantità di posta elettronica che oggi riceviamo, forse sarebbe preferibile un servizio RSS.

[post-print da "Il bibliotecario", III serie, ISSN 11250992, 1/2009, p. 125-127]

Social software

Questo strumento per i “club degli amici della biblioteca” allargati, serve alle biblioteche per sviluppare la propria interazione sociale con l’utenza, considerata come un’unica comunità (di prassi) insieme con i bibliotecari e la biblioteca stessa, secondo i tipi di comunicazione uno-a-uno (posta elettronica, messaggeria istantanea), uno-a-molti (blog) e molti-a-molti (Wiki).
Diversamente dal modello “top-down”, nel quale i ruoli degli utenti nei confronti della biblioteca sono rigidamente determinati da un’autorità loro esterna e limitati da meccanismi software predeterminati, il software sociale ricorre al modello “bottom-up” per l’organizzazione della comunicazione, per cui obiettivi e organizzazione dei contenuti sono stabiliti dagli stessi membri della comunità, alla pari con bibliotecari e altri utenti. Non è solo questione di tecnologia o di tecnica sociale, ma anche di ideologia: ci si contrappone alla “chiusura” della produzione della conoscenza e dello sviluppo di interazioni, per abbracciare i concetti di intelligenza sociale e di contenuto “aperto”. In fondo, il vero potere di Internet risiede sulla capacità della Rete di sviluppare la comunicazione (l’informazione sarebbe solo un pretesto?).

Da non molto le biblioteche hanno scoperto questa risorsa e le iniziative di applicazione alle loro realtà si moltiplicano. Due casi recenti, tra i tanti in letteratura, sono meritevoli di segnalazione per il loro carattere sistematico, interpretativo e sperimentale del fenomeno, per aiutare il viaggio del bibliotecario che intende affrontare questo percorso.

Al tema è dedicato l’ultimo fascicolo (v. 7, n. 6) di «El profesional de la información», (che nessuna biblioteca italiana sembra possedere nonostante la rivista sia nata, pur con altro nome, nel 1992 e sia da tempo presente nei maggiori repertori citazionali) del quale sono accessibili in rete indice e sommari e qualche articolo depositato su E-LIS o altrove. L’editoriale di Juan Freire affronta le reti sociali come modello organizzativo e riflette sul significato delle interazioni sociali nel mondo digitale e nei servizi di networking: questi ultimi rappresenterebbero una semplificazione e al medesimo tempo una restrizione della varietà delle interazioni sociali, per cui la combinazione dei vari strumenti del Web 2.0 sarebbero più interessanti del modello chiuso di Facebook. Di avviso contrario è Didac Margaix-Arnal, che illustra con abbondanza di esempi l’uso di Facebook nelle biblioteche universitarie. Fernanda Peset, Antonia Ferrer-Sapena e Tomas Biaget invece riflettono sull’impatto che le reti sociali hanno sulla comunità dei bibliotecari e dei documentalisti e, anzi, sul ruolo attivo dei bibliotecari proprio per la socializzazione e l'ampliamento della Rete.

Vi si dedica anche, con giovanile passione e intenso attivismo, Meredith G. Farkas (nel 2006 insignita da «Library Journal» del premio Mover & Shaker in quanto persona «highly respected, key figure in her particular area with a lot of influence and importance» che ha beneficato la professione con l’uso innovativo della tecnologia), autrice di un fortunato volume dal titolo Social software in libraries. Oggi è bibliotecaria della formazione a distanza alla Norwich University e tiene regolarmente la rubrica Technology in practice per «American Libraries». Nell’ambiente è conosciuta per diverse iniziative Web come i blog Information wants to be free (che realizza la parola d’ordine enunciata da Stewart Brand al primo congresso degli hacker nel 1984) e, con Roy Tennant e altri, TechEssence («the essence of information technology for library decision-makers»), nonché la frequentata pagina Library success: a best practices Wiki. Ma, soprattutto, è impegnata in www.sociallibraries.com, che ci fa tornare al volume di cui sopra, perché il sito è simbionte al libro e luogo di sperimentazione analitica di tutti gli strumenti citati nell’opera a stampa e di quelli successivi, luogo di complemento, sviluppo, presentazione e sperimentazione degli strumenti e delle tecniche che possono accrescere il valore e l'utilità delle biblioteche, compreso Five weeks to a social library, corso gratuito online per insegnare ai bibliotecari l'uso del social software per le loro biblioteche.
  • Meredith G. Farkas. Social software in libraries. Building collaboration, communication, and community online. Medford: Information Today. 2007.
[post-print da "Il bibliotecario", III serie, ISSN 11250992, 1/2009, p. 122-123]

Liquefazione

L’iniziativa di "Liquidpub", curata da Fabio Casati, Fausto Giunchiglia e Maurizio Marchese dell’Università di Trento, nasce da Publish and perish: why the current publication and review model is killing research and wasting your money, pubblicato dai tre autori su “ACM Ubiquity” nel febbraio del 2007. A esso fa naturale séguito il più recente - dello scorso ottobre - Liquid publications: scientific publications meet the web. Changing the way scientific knowledge is produced, disseminated, evaluated, and consumed, e che costituisce il documento d’apertura di liquipub.org.

Il mondo delle pubblicazioni scientifiche - sostengono - continua a comportarsi come se il Web (e il Web 2.0) e la tecnologia dell’informazione e della comunicazione, non esistessero, continuando piuttosto a basarsi sui paradigmi tradizionali della pubblicazione a stampa e del controllo di qualità dei pari. Il risultato è che ogni innovazione portata a un risultato scientifico continua a produrre un nuovo documento a stampa essenzialmente statico, senza vero riuso né evoluzione della pubblicazione e, fatto non secondario, con un tempo abbastanza lungo per la sua diffusione nella comunità scientifica di riferimento nonché - ed è forse questa la conseguenza che giudicano più grave - con un continuo accavallarsi di nuove pubblicazioni in un’ansia isterica da pubblica-o-muori, ciascuna originale nell’identificazione della proprietà intellettuale, ma assai poco originale nei contenuti. Le “pubblicazioni liquide” dovrebbero invece seguire le modalità evolutive del software, specialmente di quello aperto, per il quale un innovatore non riscrive, aggiornandolo, il vecchio manufatto, ma semplicemente lo integra con le novità apportate.

Ne discendono alcune conseguenze. Nascerebbero oggetti cognitivi che si presentano come evolutivi, collaborativi e sfaccettati e che potrebbero essere composti e fruiti a diversi livelli di dettaglio, anche a quello di “lavoro in corso”. Si potrebbe operare una rimozione e una sostituzione del concetto stesso di rivista e di convegno, così come ordinariamente costrette nelle fattispecie di collezioni editoriali spesso non coerenti con i contenuti ma che, viceversa, attraggono le pubblicazioni per la fama editoriale riconosciuta alla collezione stessa: queste concezioni di “rivista”, “convegno” e “collezione” diventerebbero presto obsolete per quanto consistono, oggi, di istantanee periodiche di documenti più o meno unitari nell’argomento e sottoposti a, e selezionati da, una determinata élite. Infine, verrebbero mutati anche i criterî di valutazione dello scritto, sulla base dell’interesse che ha suscitato nella comunità di riferimento e dei contributi innovativi che ha stimolato, più che sulla base di considerazioni a priori da parte di “pari” e di “esperti”.

La discussione (internazionale) è sollecitata: gli autori invitano ad acquisire gli esempi proposti sul sito Web e scrivere commenti all’indirizzo liquidpub@liquidpub.org.

[post-print da "Il bibliotecario", III serie, ISSN 11250992, 3/2008, p. 137-138]

2.0

Da quando il Web è diventato “la” piattaforma della comunicazione personale, scientifica, ludica, il sistema operativo principale sul quale agiscono applicazioni e programmi si è spostato (fuggito da tempo dai grandi calcolatori) dall’elaboratore personale per approdare alla Rete (Internet) ed è ormai netta e, forse, incontrovertibile - almeno fino a un’ipotetica apocalissi tecnologica - questa differenza fra il prima e il dopo. La moda del “2.0” è pervasiva: OPAC 2.0, biblioteche 2.0, bibliotecari 2.0, documentalisti 2.0, commercio 2.0, governanti 2.0... fino al prossimo traguardo del 3.0 (si veda la rassegna categorizzante di Jonas Bolinder su impl.emented.com del 20 aprile 2008) e così via.

Le attività di ricerca e di compilazione bibliografica, di organizzazione dei servizi delle biblioteche, di elaborazione e diffusione di conoscenza, di scavo documentario e di rielaborazione e presentazione dei suoi risultati, fino alle attività archivistiche, fino alle attività giornalistiche, stanno velocemente approdando a una concezione nuova dell’autorità, meno individuabile perché più partecipativa, meno identificabile perché più collettiva. Già la trasduzione del documento scritto dal formato analogico a quello elettronico aveva fatto crollare il concetto stesso di certezza (e di unitarietà e di unicità) del documento, fino a una recente teorizzazione, avanzata da giuristi della Corte Suprema degli Stati Uniti, della maggiore o minore probabilità dell’autenticità di un documento elettronico prodotto, e accettato, in sede giudiziaria.

Se l’incertezza documentaria e autoriale assumono una connotazione relativa per il documento nato in formato analogico e solo successivamente trasportato nel nuovo formato, essa diviene assoluta per i documenti direttamente creati con il nuovo sistema. Nel medesimo modo si rivoltano su se stesse le “certezze” dell’indicizzazione semantica. L’elemento distintivo eccede e travalica quella stessa multimedialità che inerisce al documento elettronico: si tratta, piuttosto, dell’esito dell’adozione di un’architettura della partecipazione nella creazione originaria del documento come aggregato visibile del pensiero di una serie non contabile di autori, che opera riusando, mescolando, miscelando contenuti ibridi in una poltiglia (mashup) dinamica di dati, informazioni, contenuti provenienti da una pluralità di fonti.

Né l’operazione è di tale complessità da essere riservata ai chierici autistici in (virtuale) càmice bianco ma è accessibile a chiunque non nutra eccessivi timori reverenziali per mouse e tastiera: tutto il mondo delle scienze dell’informazione deve essere, allora e al più presto, ridefinito.

[post-print da "Il bibliotecario", III serie, ISSN 11250992, 3/2008, p. 135-136]